In questo mondo libero
Di solito non parlo di film. Ieri sera però al cinema ho visto “In questo mondo libero“, ultimo di Ken Loach.
Una trentatrenne inglese impiegata da un’agenzia di lavoro interinale, assume personale in Polonia da far arrivare in Inghilterra. A fine serata rifiuta le avance dei suoi capi e, per questo motivo, al rientro in Inghilterra viene licenziata.
Col culo per terra, un figlio che deve lasciare ai nonni, un marito che è sparito dopo aver perso il lavoro anni prima, la protagonista decide di aprire un’agenzia di lavoro interinale in proprio insieme a un’amica, alla condizione che solo per i primi sei mesi lavoreranno irregolarmente e poi si metteranno a posto con le tasse i permessi eccetera.
In realtà il percorso accidentato delle due arriva, tramite una serie di spostamenti dell’asticella della condizione iniziale, ad una rottura, quando Angie, la protagonista, ha perduto ogni tratto di bontà che la caratterizzava inizialmente e fa una telefonata all’ufficio immigrazione per far scacciare da una roulottopoli una comunità irregolare, il tutto al solo scopo di ospitarci 45 lavoratori che lei stessa ha promesso a un’azienda.
I problemi economici però non mancano e, quando un datore di lavoro non le paga il dovuto, gli operai esprimono il malcontento prima protestando, poi l’aggrediscono per strada, poi in casa minacciando il figlioletto di 11 anni.
Sullo sfondo il difficile rapporto con i genitori che la esortano a “fare qualcosa di buono”, senza comprendere le difficoltà che lei sta vivendo.
Il film si riassume nella battuta detta da Angie al padre: “Tu hai fatto lo stesso lavoro per 30 anni, io ho fatto 30 lavori in dieci anni e non me ne è andato bene uno”.
Un film apparentemente british, ma che parla anche del nostro caporalato, problema che affligge il nostro paese.
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